Rivista di informazione del Dipartimento di Ingegneria Industriale

Università di Trento

Dalla natura alla clinica: inchiostri naturali per la rigenerazione del tessuto osseo

La capacità del corpo umano di autoripararsi è straordinaria, ma non infinita. Quando una parte di osso viene danneggiata in modo molto esteso (critical-size bone defects) – ad esempio a causa di un grave trauma, un tumore o patologie degenerative – la rigenerazione naturale non è più sufficiente. In questi casi ricostruire l’osso è ancora oggi una delle sfide più difficili per i chirurghi ortopedici e maxillo-facciali.

Gli innesti ossei, cioè porzioni di osso prelevate dal paziente stesso o da un donatore, costituiscono da tempo il gold standard terapeutico, ma presentano limiti significativi, tra cui la disponibilità limitata di tessuto donatore e il rischio di complicanze. 

Per questo negli ultimi anni la ricerca si è concentrata sulla Bone Tissue Engineering, un campo che punta a creare sostituti dell’osso in laboratorio: strutture tridimensionali porose  (scaffold) che fungono da impalcatura temporanea per guidare la formazione di nuovo tessuto e che si degradano progressivamente nel tempo.

Una delle tecnologie più promettenti per realizzarle è la biostampa 3D, che consente di fabbricare costrutti tridimensionali con un controllo spaziale estremamente preciso nella deposizione di biomateriali, molecole bioattive e cellule del paziente, replicando così  l’architettura gerarchica e la micro-porosità dell’osso nativo e superando i limiti geometrici delle tecniche convenzionali.

Il principale ostacolo oggi è trovare i cosiddetti bioinchiostri: materiali che possano essere stampati facilmente ma che allo stesso tempo offrano un ambiente ideale per le cellule.

Un progetto interdisciplinare tra Trento e Sydney

Questa ricerca nasce da una collaborazione internazionale tra il Centro BIOtech del Dipartimento di Ingegneria Industriale dell’Università di Trento (sotto la guida della prof.ssa Antonella Motta e del prof. Devid Maniglio) e il Charles Perkins Centre dell’Università di Sydney, in Australia (sotto la supervisione del prof. Anthony S. Weiss).

Il progetto è parte del programma europeo MSCA-RISE SHIFT (Shaping Innovative Products for Sustainable Tissue Engineering Strategies), che studia come utilizzare materiali naturali per sviluppare nuove soluzioni scalabili e sostenibili nella medicina rigenerativa.

L’esperienza internazionale ha confermato quanto la collaborazione globale rappresenti un pilastro della ricerca scientifica: il confronto con contesti accademici differenti non solo accelera i risultati sperimentali, ma costituisce un passaggio fondamentale nella crescita professionale del ricercatore.

Dalla fibroina di seta a bioinchiostri ad alte prestazioni

Il materiale di partenza dello studio è stato la fibroina di seta (Silk Fibroin, SF), polimero naturale già noto per essere compatibile con il nostro organismo e abbastanza resistente. Il problema è che, da sola, non è facile da stampare: non forma un filamento stabile né mantiene la forma dopo la deposizione.

Per superare questi limiti è stato adottato un approccio di design multiscala, intervenendo dalla funzionalizzazione chimica nanometrica alla modulazione reologica micrometrica, fino alla validazione strutturale macroscopica.

L’ottimizzazione della stampabilità è stata ottenuta attraverso il blending con acido ialuronico metacrilato (HAMA). Grazie alla sua elevata viscosità e idrofilia, l’HAMA conferisce al sistema un comportamento shear-thinning: l’inchiostro fluisce sotto pressione durante l’estrusione e recupera rapidamente viscosità a riposo, garantendo l’indispensabile shape fidelity.

Parallelamente è stato introdotto un pre-crosslinking fisico tramite peptidi auto-assemblanti ultra-corti, aumentando le proprietà viscoelastiche del materiale prima della stampa. L’integrazione sinergica tra HAMA e peptidi ha permesso di ottenere una fedeltà di forma ottimale.

Bioattività, sostenibilità e standardizzazione

Una volta ottimizzata la stampabilità, la ricerca si è concentrata su un altro aspetto fondamentale: la bioattività specifica per il tessuto osseo. L’incorporazione di nanoidrossiapatite (HAP) – principale componente minerale dell’osso – ha trasformato l’idrogel in un composito biomimetico, migliorandone stabilità meccanica e capacità di promuovere adesione e differenziazione delle cellule staminali mesenchimali umane (hMSCs).

Durante il periodo di ricerca a Sydney, gli scaffold (le strutture stampate) sono stati ulteriormente migliorati con un rivestimento di tropoelastina, precursore dell’elastina, che ha favorito la formazione di nuovi vasi sanguigni e la crescita del tessuto osseo senza alterare le proprietà meccaniche del materiale.

In linea con i principi di sostenibilità del progetto SHIFT, è stata inoltre adottata una strategia di green chemistry, sostituendo l’idrossiapatite sintetica con una variante biogenica ottenuta da gusci di cozze – scarti alimentari valorizzati tramite sintesi meccano-chimica. I test in vitro hanno evidenziato un’attività metabolica superiore nei campioni contenenti la variante naturale, dimostrando come sostenibilità e performance biologiche possano procedere di pari passo.

Un altro obiettivo della ricerca è stato rendere il processo di stampa più affidabile e riproducibile: infatti la mancanza di standardizzazione è uno dei principali ostacoli alla traslazione clinica del bioprinting. È stato quindi sviluppato un metodo per la standardizzazione del processo di estrusione, basato su modelli matematici predittivi dei parametri di stampa. Questo contributo mira a rafforzare la riproducibilità sperimentale e a integrare le attuali normative, come la ASTM F3659.

Verso ossa “su misura”

Nel complesso, il lavoro dimostra che è possibile produrre strutture ossee stampate in 3D, bioattive e personalizzabili, utilizzando materiali naturali.

L’integrazione razionale di fibroina, acido ialuronico, idrossiapatite e tropoelastina ha permesso di soddisfare simultaneamente requisiti meccanici, reologici e biologici, aprendo la strada a soluzioni realmente traslabili dalla ricerca alla clinica.

La direzione è chiara: portare queste soluzioni dal laboratorio alla sala operatoria, è questa la traiettoria di una ricerca che dimostra come materiali naturali, competenze ingegneristiche e collaborazione internazionale possano convergere verso nuove frontiere della medicina rigenerativa.


Fig.3: Sulla sinistra esempio di Biostampa 3D di polimeri naturali e sulla destra interazione di cellule staminali (nuclei in blu e citoscheletro in verde) con scaffold ottimizzato in questo progetto.

Ricerca di:

Eugenia Spessot, Antonella Motta e Devid Maniglio
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